I sei asset dell’employer branding

Partiamo dal capire di cosa stiamo parlando. L’employer branding racchiude le caratteristiche che definiscono un’impresa, intesa come contesto lavorativo, ne mettono in risalto peculiarità e identità e la differenziano dai competitor.

A che cosa serve l’employer branding

Il fine ultimo dell’employer branding è quello di costruire una reputazione capace di attirare i migliori talenti e tratteggiare positivamente le caratteristiche dell’impresa, accrescendone l’attrattiva e disegnandola come luogo ideale in cui lavorare agli occhi dei potenziali candidati. Ma non solo. Infatti, una corretta strategia rivela effetti positivi anche su dipendenti e clienti.

Nel contesto attuale, fatto di candidati e clienti che palesano un’attenzione crescente a temi sensibili come l’integrazione, i valori e gli impegni sociali e il rispetto di ambiente e società, sfruttare le potenzialità delle strategie di employer branding risulta fondamentale per far crescere un’azienda.

Basti pensare che, secondo le stime presentate da LinkedIn, ben il 75% dei possibili candidati effettua ricerche e si informa circa la reputazione dell’impresa, mentre circa il 70% dichiara che non firmerebbe mai un contratto con un’azienda con una cattiva reputazione. Riuscire a intercettare i migliori talenti e candidati prima dei competitor ha ovvi ed evidenti vantaggi. Inoltre, in caso di assunzione, questi si sentiranno maggiormente legati all’azienda e si riconosceranno nei suoi valori.

Internamente, l’employer branding contribuisce a fidelizzare i dipendenti e a farli sentire parte del progetto. Al tempo stesso i dipendenti possono vestire i panni di primi promotori del marchio. Veri e proprio brand ambassador in grado di veicolare i valori dell’azienda.

In linea generale, perché una strategia di employer branding risulti vincente deve prevedere uno storytelling posto in primo piano rispetto al piano comunicativo “istituzionale” e usuale, prendendo buona parte dello spazio e della visibilità all’interno della pagina aziendale. Sei gli asset su cui la strategia deve poggiare: recruiting, career, welfare e csr, community, testimonial e inclusione e diversità.

I sei asset dell’employer branding

Il primo asset, quello di recruiting, accanto agli annunci di lavoro, implica la condivisione di una vera e proprio campagna pubblicitaria atta a illustrare i valori (e le cosiddette soft skills) che tutti i collaboratori dell’azienda dovrebbero avere in comune. Il secondo asset, quello denominato career, mira ad attirare talenti attraverso la narrazione di storie che illustrino la carriera delle persone che hanno avuto un percorso di crescita all’interno dell’azienda o, anche, ottenuto riconoscimenti.

Importante, poi, l’asset welfare e csr, che mettere in risalto i benefici di welfare e le azioni intraprese in tema di responsabilità sociale d’impresa, ma anche l’asset community, per comunicare lo spirito di squadra che si respira all’interno dell’azienda, condividendo e raccontando esperienze extra-lavorative come iniziative benefiche o attività sportive svolte tra colleghi.

Molto importante e utilizzato, l’asset testimonial punta a mettere al centro dell’azienda le persone, facendone diventare parte integrante della strategia di comunicazione. Presentare le persone e i dipendenti, magari avviando una rubrica apposita sulla pagina LinkedIn rappresenta un ottimo biglietto da visita e ha un’elevata capacità comunicativa e di engagement. Si può dare risalto ai nuovi assunti, ma anche a chi lavora da tempo in azienda o, a chi sta per andare in pensione.

Infine, l’asset di inclusione e diversità permette di comunicare la capacità dell’azienda di offrire pari opportunità e lavorare per abolire il gender gap, ma anche facilitare l’inclusione in un team multiculturale formato nel pieno rispetto di religioni, culture, attitudini e abitudini.

Aderenza alla realtà e condivisione

Perché questi sei asset si rivelino vincenti e la strategia di employer branding funzioni è, ovviamente, necessario che quello che viene mostrato su LinkedIn abbia un riscontro tangibile nella realtà. Insomma, dietro lo storytelling devono esserci fatti reali e autentici.

Al tempo stesso, lato PR, è fondamentale allineare le strategie con le aspettative del reparto Hr, che deve condividere ogni approccio e farlo proprio. Infine, chi svolge queste campagne deve avere l’autorizzazione dell’azienda e dei dipendenti per farli apparire in immagini e video diffusi sui social.